Il Tar: il ministero valuti la possibilità di estendere al Ssn le richieste di espianto e i reimpianto
Protesi Pip, ricorso del Codacons
ROMA. Entro il 20 maggio il ministero della Salute riveda
il provvedimento con il quale ha fissato 'limiti'
all'espianto e al reimpianto delle protesi Pip non idonee; e lo
faccia valutando la possibilità di estendere i principi
stabiliti a carico del Servizio sanitario nazionale alle donne
che lo richiedano. Lo ha deciso il Tar del Lazio accogliendo
le richieste del Codacons. Fissata a dicembre prossimo
l'udienza per la discussione nel merito.
Era stato il Codacons a chiedere la sospensione dell'ordinanza
ministeriale nella parte in cui "non prevede nulla sulle
modalità di addebito circa gli interventi medico-chirurgici
necessari" - si legge nel ricorso - né stabilisce alcunché
"in merito alla rimozione o alla sostituzione delle protesi ed
alle successive cure". Il Tar, con l'ordinanza di oggi ha
ritenuto necessario "che il ministero della Salute riveda il
provvedimento impugnato valutando la possibilità di estendere i
principi nello stesso fissati, in relazione all'espianto e al
reimpianto, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, delle
protesi P.i.p., alle donne che lo richiedano, inserendo in coda
alla lista di attesa le istanti che non abbiano una prescrizione
medica che ha attestato la necessità della sostituzione". Non
solo; i giudici hanno anche considerato "che l'infiammazione
che tali protesi provocano e anche solo il timore dei danni alla
salute che a lungo periodo le stesse protesi possono ingenerare
giustificano l'intervento del Servizio Sanitario
Nazionale".
"E' stata confermata la nostra tesi: devono essere le donne
che hanno subito l'impianto delle protesi Pip, e non i medici,
a decidere sulla rimozione delle stesse, anche in assenza di
danni fisici o di una precisa indicazione medica".
Questo il commento con il quale il Codacons ha accolto
la decisione del Tar.
"La paura e lo stato psicologico di angoscia determinato
dallo scandalo che ha coinvolto le protesi Pip sono elementi
sufficienti a giustificare l'espianto e il reimpianto a totale
carico del Servizio sanitario nazionale", si legge in una nota
con la quale l'associazione di consumatori ricorda "come già
180 delle 4.000 donne che in Italia hanno subito l'impianto al
seno, hanno presentato attraverso il Codacons querela per
lesioni gravissime contro l'azienda produttrice, chiedendo
inoltre un indennizzo pari a 1,8 milioni di euro nei confronti
del ministero della Salute e di quello per lo Sviluppo economico
in relazione agli omessi controlli".