Sugli errori sanitari un nuovo studio pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione
Nonostante i titoli in prima pagina amplifichino gli eventi 'italiani' di cattiva sanità il numero dei 5 italiani su 100 che ricoverati in ospedale subiscono un errore medico, risulta in linea con i dati relativi ai nosocomi francesi, spagnoli, olandesi e canadesi. Una recente ricerca restituisce oggettività all'esame della condizione in cui si verifica l'errore medico, in un clima in cui i media ormai da tempo tendono a discutere di sanità solo in presenza di malpractice. Il dato registrato a livello internazionale è invece del 9%, valore che si giustifica tenendo conto che molti sono ancora i paesi in cui mancano servizi sanitari considerati 'essenziali' nelle aree economicamente avanzate.
Lo studio è stato pubblicato su 'Epidemiologia&Prevenzione', rivista dell'Associazione italiana di epidemiologia. La ricerca ha utilizzato un campione rappresentativo delle aree territoriali della penisola raccogliendo i dati in 5 ospedali: Policlinico di Bari, Azienda complesso ospedaliero San Filippo Neri di Roma, ospedale Niguarda di Milano, Azienda ospedaliera universitaria pisana e Azienda ospedaliera universitaria Careggi di Firenze. In tutto sono state analizzate 7.573 cartelle cliniche su un campione di 9 mila, al momento delle dimissioni nel corso del 2008, con un'incidenza media complessiva di eventi avversi pari al 5,2% e così distribuita: area medica (37,5%), chirurgia (30,1%), pronto soccorso (6,2%), ostetricia (4,4%). Sotto la lente di ingrandimento i protocolli e le linee guida per la gestione dei pazienti, dai quali dipendono in larga misura gli errori sanitari: più di un errore su 2 (56,7%) potrebbe essere prevenuto applicando procedure con elevati standard di qualità. Secondo lo studio la conseguenza più comune dell'errore clinico è correlata all'allungamento del ricovero ed alla compresenza di più patologie; in molti casi in presenza di una disabilità al momento delle dimissioni. La ricerca è particolarmente interessante perché si tratta del primo studio italiano che misura il tasso di incidenza degli eventi avversi misurato in un campione vasto e appartenente a grandi realtà ospedaliere. L'esame dell'errore sanitario ha tenuto conto, come si precisa nell'articolo, di un ampia rosa di situazioni avverse come ad esempio il prolungamento della degenza con necessità di ulteriori terapie o l'errore nella somministrazione di una terapia senza esito. Raramente, contrariamente a quanto l'opinione pubblica è orientata a ritenere, l'errore conduce al decesso del paziente. La situazione italiana pur confermando uno standard di errore sanitario riferibile alla media europea, non ci dice, precisa Riccardo Tartaglia, del Centro di gestione rischio clinico e sicurezza del paziente della Regione Toscana e autore dell'articolo, che va tutto bene, anzi ''la gravità e la rilevanza delle conseguenze della ridotta sicurezza delle cure (…) come è avvenuto in tutti gli altri Paesi, dovrebbe stimolare le istituzioni sanitarie a interventi urgenti per contenere il numero di incidenti. Ciò significa lavorare per prevenire tutti gli errori evitabili, ''secondo protocolli e linee guida basati sulle prove di efficacia'' e promuovendo ''la formazione del personale''. Non va dimenticato in ogni caso che ''la medicina non è una scienza esatta e che non tutti gli eventi avversi sono prevenibili