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Burnout e salute mentale. Chi cura i curanti? La sfida silenziosa della depressione da assistenza
Luigi Spicola, “Servono nuove reti di sostegno”
Occuparsi ogni giorno di una persona con disturbi mentali significa vivere un impegno costante, fatto di attenzione, speranza e responsabilità, che con il tempo può trasformarsi in esaurimento emotivo. In questa condizione prende forma la cosiddetta “depressione da cura prolungata”, un disagio silenzioso che si confonde con la stanchezza o con il dovere di chi si sente chiamato a resistere sempre. Di questo equilibrio fragile tra dedizione e vulnerabilità, tra cura e logoramento, si è discusso il 18 ottobre 2025 a Villa Magnisi, durante il convegno “La depressione del caregiver ed il burnout del professionista sanitario”, con la responsabilità scientifica di Luigi Spicola, medico di medicina generale e vicepresidente dell’Ordine dei medici di Palermo, e dello psichiatra Antonio Francomano, che ha approfondito il tema
del disagio emotivo nei caregiver, familiari e professionali.
L’incontro, che ha riunito medici, specialisti e operatori della salute mentale per riflettere sul valore umano della cura, ha aperto una riflessione più ampia sullo stato della medicina territoriale e sulla necessità di tutelare chi, ogni giorno, si prende cura degli altri. È in questo contesto che abbiamo chiesto al dottor Luigi Spicola di approfondire il senso e le prospettive di un dibattito che tocca il cuore stesso dell’assistenza.
L’intervista

Dottor Spicola, da dove nasce l’idea di questo convegno?
Nasce dall’esigenza di accendere un riflettore su una condizione che attraversa in silenzio la vita di molti: la depressione del caregiver. È una realtà frequente nei contesti di assistenza continua, dove il peso fisico ed emotivo dell’accudimento può compromettere non solo il benessere di chi assiste, ma anche la qualità del percorso riabilitativo del paziente. Parliamo di familiari, ma anche di operatori della sanità, esposti a stress prolungato, isolamento e senso di impotenza.
Quali sono i fattori che rendono questa condizione così diffusa, soprattutto nella salute mentale?
La salute mentale è un ambito particolarmente complesso. L’imprevedibilità dei disturbi, la cronicità di molte patologie e la delicatezza delle relazioni rendono l’impegno dei caregiver più difficile. Chi si prende cura spesso si trova solo, con pochi strumenti per gestire la fatica psicologica e il peso emotivo che questa responsabilità comporta. È in questi contesti che il rischio di depressione o burnout diventa alto.
Perché la prevenzione è così importante?
Perché la salute di chi assiste è parte integrante della qualità dell’assistenza. Un caregiver esausto o depresso può avere difficoltà a mantenere la continuità terapeutica, a gestire situazioni di crisi o a costruire un rapporto efficace con il paziente e con il team. Prevenire il burnout non significa solo proteggere l’individuo, ma rafforzare l’intero sistema sanitario. È un investimento nella tenuta del percorso di cura.
Lei ha parlato di “manutenzione delle risorse”. Cosa intende?
Intendo dire che la cura non riguarda solo le strutture o le tecnologie, ma anche le persone che curano. Le risorse umane vanno sostenute, formate e tutelate. Abbiamo bisogno di spazi, tempi dedicati e équipe numericamente adeguate. È indispensabile che i professionisti non siano lasciati soli, perché il rischio di logoramento è alto e l’impatto si riflette direttamente sui pazienti.
In che modo medicina generale e salute mentale possono collaborare su questo fronte?
Oggi entrambe le aree stanno vivendo una fase di trasformazione. Servono modelli più integrati, capaci di intercettare precocemente i bisogni e di costruire percorsi condivisi. La multidisciplinarità deve diventare il paradigma della cura: non ambulatori statici che attendono, ma una rete dinamica che si muove sul territorio, che ascolta e risponde. Lavorare insieme, medici di base, psichiatri, psicologi e operatori, significa costruire una medicina che si prende cura anche di chi cura.
Cosa si aspetta da questo confronto tra professionisti?
Che nasca una consapevolezza nuova: chi cura deve poter contare su strumenti adeguati, su un sistema che lo protegga. Solo così possiamo garantire ai pazienti un’assistenza di qualità e restituire alla cura il suo significato più autentico: un atto umano, condiviso e sostenibile.
Durante i lavori sono intervenuti: Alessandro Svettini, psichiatra, copresidente Sirp Sicilia (Agrigento); Andrea Curti Giardina, medico di medicina generale; Davide Emanuele Ianni, tecnico della riabilitazione psichiatrica; Domenico Ferrara, psicologo, vicepresidente Sirp Sicilia; Fabio Piastra, psicoterapeuta, Casa circondariale Pagliarelli di Palermo; Floriana Di Bella, medico di medicina generale; Francesco Magliozzo, medico di medicina generale; Franco La Rosa, psichiatra, primario emerito Asp Palermo; Francesca Picone, psichiatra, direttore del Dipartimento di salute mentale n. 1 Asp Palermo; Gianfranco Maggì, psichiatra; Giovanni Soro, educatore, coordinatore delle sezioni regionali Sirp nazionale (Cagliari); Grazia Guercetti, psichiatra, gruppo Ama Palermo; Marcello Di Fiore, psichiatra, presidente Sirp Sicilia; Maria Antonia Dazzo, psichiatra; Paola Carozza, psichiatra, presidente nazionale Sirp, Asl Ferrara; Pietro Asaro, psichiatra; Sofia Lo Duca, tecnico della riabilitazione psichiatrica; Simona De Frenza, capitano psicologo, Servizio di Psicologia Legione Carabinieri Palermo; Vincenzo Francomano, medico di medicina generale; Vittorio Di Carlo, medico di medicina generale; Vito Emanuele Raia, medico di medicina generale.